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Cultura significa misura, ponderatezza, circospezione, valutare tutti gli elementi prima di pronunciarsi e non decidere mai a guisa di oracolo dal quale dipenda in modo irrevocabile una scelta perentoria e definitiva” (Norberto Bobbio)

Cultura

Ricordo benissimo questa affermazione: si trattava della traccia del “tema di ordine generale” (allora si chiamava semplicemente così…) uscito per la Prima prova scritta dell’esame di Maturità (allora si chiamava ancora così…) nel lontano giugno 1987. Un anno prima della MIA Maturità, quindi non potevo non interessarmi alle tracce, che allora erano pubblicate SOLO sui quotidiani del giorno dopo, che con religiosa dedizione andavamo a cercare all’edicola di prima mattina…

Ricordo di essermi esercitata subito, da brava secchiona. Eppure da diciottenne quelle parole non mi colpirono come fanno ora, anzi mi spaventarono. La mia prima riflessione fu: “E se l’anno prossimo mi capita una cosa simile cosa ci scrivo?”.

Adesso ne sento tutto il peso e il valore quasi sacrale.

Il filosofo Norberto Bobbio, infatti (che all’epoca per me era un nome sentito chissà dove e chissà quando…), ci invitava ad una riflessione troppo imponente per la forma mentis di un adolescente. Agli occhi di una signora di mezza età, invece, le sue parole assumono un significato tutto nuovo, condito da esperienze di vita vissuta.

Ma andiamo per gradi, esaminando i singoli termini dell’affermazione così solenne.

Cultura è misura. Al di là della banale responsione rimica, ritengo che l’identità sia perfetta soprattutto se la intendiamo in senso latino (MENSURA= misura, capacità di misurazione, riconoscimento del punto in cui si è): “Homo mensura omnium rerum“, come dicevano alcuni filosofi che ho studiato nel corso dei miei studi. Ma ovviamente questa competenza non caratterizza qualsiasi essere umano purché respiri, bensì solo il SAPIENS, colui che sa, colui che ha le basi, colui che riconosce e agisce di conseguenza.

Cultura è ponderatezza. Anche in questo caso, mi devo riferire all’etimologia latina del termine: PONDUS= peso, quindi ponderatezza= utilizzare il giusto peso per “pesare” le cose, cioè per dare loro un esatto valore. E anche in questa circostanza, sa usare bene i “pesi” chi ne conosce il valore per averli esaminati a fondo, usati in altre occasioni, comparati.

Cultura è circospezione.  Anche in questo caso, mi devo di nuovo agganciare all’etimologia latina del termine (a costo di sembrare noiosa e pedante): CIRCUMSPICERE in latino significa alla lettera “guardarsi intorno”, ma non nel senso di “avere timore, temere qualcosa”, bensì nel senso di osservare con attenzione, notare i dettagli, prendere le misure, riconoscere specificità per confronto con esperienze già vissute. E chi è capace di CIRCUMSPICERE? Chi ha capacità di discernimento, nata da studi fatti, da situazioni vissute, da problemi affrontati e risolti. Non chi argomenta con il “sentito dire”.

Cultura è valutare tutti gli elementi prima di pronunciarsi. E qui veniamo al “nocciolo della questione”. L’acculturato NON ha bisogno di strillare, urlare, imporsi, men che meno di offendere. Il colto tace e riflette. Ascolta e pondera. Solo alla fine, dopo una lunga “misurazione dei fatti” e un’attenta raccolta di dati probanti (in genere tratti dalle sue conoscenze e competenze), esprime la sua sommessa opinione. E si tratta di un’opinione (lui lo sa bene…), non di una verità sacra o di parole oracolari. Un’opinione- la sua- che può convivere con quelle di altri e non deve necessariamente soverchiarle tutte.

Oggi questo senso del termine “cultura” (neanche troppo secondario) si è perso completamente: la televisione e ancor di più il web sono pieni di gente che strilla. Si urlano opinioni, idee, proposte, punti di vista, nella convinzione che il tono di voce con cui sono pronunciati possa essere un elemento di argomentazione inconfutabile. Ti dico la mia opinione e te la dico urlando, così tu ne senti la “pesantezza” vocalica e la scambi per “peso argomentativo”.

Perché il problema sono proprio le parole: “Le parole sono importanti” (diceva il grandissimo Nanni Moretti in un suo celebre film e dice una mia stimatissima collega in un suo blog interessantissimo a cui vi rimando in calce al post).

La tragedia è quando NON se ne conosce il significato.

La follia è quando accettiamo di usarne sempre di meno, in modo tale da rischiare di sentirci- nel giro di pochi decenni- come quelle persone che tentano di imparare senza grandi mezzi una lingua sconosciuta, si rendono conto di padroneggiare una cinquantina di parole (a dire tanto) e provano quindi la tremenda ensazione di essere facilmente circuibili, semplicemente perche NON CAPISCONO.

Cultura è non decidere mai a guisa di oracolo dal quale dipenda in modo irrevocabile una scelta perentoria e definitiva.  Anche questa affermazione è “pregnante” come poche: il colto non decide come una Sibilla in modo perentorio, ma collabora a decisioni, propone la sua, ascolta le opinioni altrui, “bilancia” le opzioni possibili (ritorna la metafora della bilancia e della misurazione con i pesetti), lascia aperta la porta ad eventuali migliorie e correzioni, consapevole com’è di essere di natura umana, non divina; ma soprattutto nel dibattito democratico invita a consultare fonti, porta prove di ciò che dice, cita la Storia. Esatto, la Storia, quella con la S maiuscola. La famosa “Historia magistra vitae“! E attenzione: non cito espressioni latine per darmi delle arie, ma per indicare una strada! La Storia ci insegna ciò che è stato, ergo ci dice che strada prendere in circostanze assolutamente uguali, soltanto simili, semplicemente confrontabili. La Storia ci cuce adosso il nostro modo di essere, ci costruisce la nostra “carta di presentazione” agli altri, ci mette sul “chi vive” quando intorno a noi capitano cose, non ci rende solo “splendidi” per la nostra capacità di citare e ricordare: per quello esiste Google!

La Memoria (e quindi la Cultura nel senso più alto del termine) non è un elemento sterile o fine a se stesso, un lustrino che possiamo appendere sul nostro petto, ma un seme, che germoglierà sicuramente se lo coltiviamo con cura e dedizione, difficilmente se non ce ne curiamo, ma certamente non vedrà MAI la luce se neanche lo sotterriamo.

Risulta evidente, dunque, il fatto che Bobbio con la sua affermazione non crede che Cultura sia conoscenza né esperienza né somma di contenuti- che pure sono merce rara, ai nostri tempi!

Cultura è  evidentemente un HABITUS MENTIS; è capacità di discernimento, di riflessione e di azione. Ma da dove possono venire queste competenze così alte se non dallo studio e dalle “sudate carte” di leopardiana memoria?

E ora… tutti a vedere il bellissimo blog della mia collega, un prezioso contributo alla salvaguardia della Nostra Lingua, ormai diventata una sorta di “animale protetto” in quanto “in via di estinzione” 🙁

http://le-parole-sono-importanti.blogautore.espresso.repubblica.it

Ne vale davvero la pena!