Noi, bambine ad Auschwitz

 

Noi, bambine ad Auschwitz. La nostra storia di sopravvissute alla Shoah.

Noi, bambine ad Auschwitz. La nostra storia di sopravvissute alla Shoah.

“Quelli che ci toccano molto sono i ragazzi delle scuole tedesche, che spesso non hanno il coraggio di guardarci negli occhi”.

 

Un lavoro scritto a due mani; due sorelle, quasi gemelle, diverse nello spirito ma unite in un intento: quello di ricordare l’Inferno vissuto. Dopo decenni. Dopo aver tentato di riprendere la vita dal punto in cui si era interrotta, dopo aver accettato per anni la scelta opposta della madre, quella di non ricordare insieme a loro, per “guardare avanti piuttosto che indietro”. La mamma, infatti, aveva bensì testimoniato al processo alla Risiera del 1976, quando fu condannato in contumacia il comandante Oberhauser, ma scelse di non dirlo mai in casa (le figlie lo scoprirono solo anni dopo). Il padre, allo stesso modo, scelse di proteggere le due bambine cresciute troppo in fretta dalla devastazione di un ricordo troppo opprimente, sicché quando un giorno videro in televisione un documentario sui campi di concentramento e loro due (ma anche la moglie) scoppiarono comprensibilmente a piangere, preferì spegnere la televisione  e non aggiungere nessuna parola, né allora né in seguito.

Neanche tra loro due, pur nella comunanza di spirito che lega due sorelle, ne avevano mai parlato. Immaginiamo quanto deve essere stato grande il dolore e il conseguente blocco psicologico, se due sorelle legatissime scelgono di sorvolare sull’argomento! Del resto, si trattava di andare nella direzione in cui andava il comune sentire: “A scuola con i nostri amici non parlavamo mai di Auschwitz. Loro non chiedevano, noi non raccontavamo” … “Anche alle medie, … in generale, nessuno ci chiese mai nulla del nostro passato. E noi non avevamo tanta voglia di parlarne”). Perché in fondo “non era chiaro cosa fosse stato Auschwitz. Anzi, i racconti dei pochi sopravvissuti non venivano creduti”.

Da qui il desiderio di parlare ai ragazzi delle scuole, al futuro della Terra e della Storia, e solo molto dopo la decisione di scrivere questo libro, che racconta con estrema lucidità e dovizia di particolari il loro sprofondare all’Inferno e il successivo miracoloso riemergere, grati alla Vita.

Sin da subito è evidente che ci troviamo NON solo di fronte ad un’arida testimonianza, ma ad una vera e propria saga familiare; lo capiamo dallo stesso sottotitolo (La nostra vita di sopravvissute alla Shoah) e dal chiaro ed emozionante incipit: “La nostra è una lunga storia, che inizia lontano”. Dopo le radici della loro famiglia, l’origine del nome, italianizzato in Bucci, l’analisi geo-politica dello sfortunato territorio in cui erano nate, la narrazione passa all’inizio dell’incubo, cioè quando la sera del 28 marzo 1944 i violenti colpi alla porta di casa fanno riemergere negli adulti della famiglia Perlow antichi incubi: nonna, figli e nipoti vengono arrestati e, dopo una breve sosta nella Risiera di San Sabba a Trieste, vengono deportati ad Auschwitz-Birkenau, dove molti di loro saranno uccisi. Sopravvissute alle selezioni forse perché scambiate per gemelle o forse perché figlie di un padre cattolico, o semplicemente per un gioco del destino, le due sorelle Tatiana (6 anni) e Andra (4) vengono internate, insieme al cugino Sergio (7), in un Kinderblock, il blocco dei bambini destinati alle più atroci sperimentazioni mediche. Segue poi il racconto spietato di freddo, fame, giochi nel fango e nella neve, spettrali mucchi di cadaveri buttati negli angoli, fugaci visite della mamma, ma soprattutto quel camino che sputava fumo e fiamme, unica via da cui «si esce» se sei ebreo, come dicono le guardiane. E le due bambine (forse per resistere e sopravvivere alla tragedia, perché la consuetudine scolora la paura) si convincono persino che quella è la vita «normale». Il solo modo. Finché, dopo nove mesi di inferno, ecco apparire, inatteso e insperato, un soldato con una divisa diversa e una stella rossa sul berretto, che sorride mentre offre una fetta del salame che sta mangiando: è il 27 gennaio 1945, il giorno della mai sognata liberazione per le poco più di 7000 persone sopravvissute a quell’inferno in terra. Dovrà però passare altro tempo prima che Tatiana e Andra ritrovino i genitori e quell’infanzia che è stata loro rubata. Il tentativo di ritorno alla “normalità”, inoltre, è paradossalmente più difficile della pena vissuta, perché per molti “è meglio non sapere”. L’aiuto arriva (come nel caso della Signora Segre) attraverso l’amore: solo ad un innamorato si può raccontare tutto il pregresso della propria vita, facendosi coraggio e “aggiungendo nel tempo dei particolari”.

Una volta superato questo scoglio, passano allo step successivo, quello del “distacco” dal mondo concentrazionario, prima attraverso la loro testimonianza al mondo (che arriva- badiamo bene- non prima del 1995 a Trieste, cioè ben 50 anni dopo la loro liberazione “fisica”  da Auschwitz…), poi con la partecipazione al classico “viaggio della memoria”, che è un aggiungere pena su pena (“abbiamo riconosciuto, con un brivido, il luogo dove c’era il crematorio”…. “non riuscivamo a fermarci nelle sale, a guardare le foto o gli oggetti esposti… Lì ci siamo sentite davvero male”).

Eppure ce la fanno. Ce la fanno PER NOI.

Immagine e dati essenziali della trama tratti da https://www.lafeltrinelli.it/libri, liberamente modificato e integrato

Noi, bambine ad Auschwitzultima modifica: 2020-06-18T19:58:45+02:00da latineloqui69
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