Carmen saeculare_ANALISI DEL TESTO_2

Quintus Horatius Flaccus

Quintus Horatius Flaccus

Carmen saeculare

Phoèbe sìlvarùmque potèns Diàna,                      
lùcidùm caelì decus, ò colèndi
sèmper èt cultì, date quaè precàmur
tèmpore sàcro,
quo Sibyllini monuere versus
virgines lectas puerosque castos
dis, quibus septem placuere colles,
dicere carmen.
Alme Sol, curru nitido diem qui
promis et celas aliusque et idem
nasceris, possis nihil urbe Roma
visere maius.
Rite maturos aperire partus
lenis, Ilithyia, tuere matres,
sive tu Lucina probas vocari
seu Genitabilis.
Diva, producas subolem patrumque
prosperes decreta super iugandis
feminis prolisque novae feraci
lege marita,
certus undenos deciens per annos
orbis ut cantus referatque ludos
ter die claro totiensque grata
nocte frequentis.
Vosque, veraces cecinisse Parcae,
quod semel dictum est stabilisque rerum
terminus servet, bona iam peractis
iungite fata.
Fertilis frugum pecorisque Tellus
spicea donet Cererem corona;
nutriant fetus et aquae salubres
et Iovis aurae.
Condito mitis placidusque telo
supplices audi pueros, Apollo;
siderum regina bicornis, audi,
Luna, puellas.
Roma si vestrum est opus Iliaeque
litus Etruscum tenuere turmae,
iussa pars mutare lares et urbem
sospite cursu,
cui per ardentem sine fraude Troiam
castus Aeneas patriae superstes
liberum munivit iter, daturus
plura relictis;
di, probos mores docili iuventae,
di, senectuti placidae quietem,
Romulae genti date remque prolemque
et decus omne.
Quaeque vos bobus veneratur albis
clarus Anchisae Venerisque sanguis,
impetret, bellante prior, iacentem
lenis in hostem.
Iam mari terraque manus potentis
Medus Albanasque timet securis,
iam Scythae responsa petunt, superbi
nuper et Indi.
Iam Fides et Pax et Honos Pudorque
priscus et neglecta redire Virtus
audet adparetque beata pleno
copia cornu.
Augur et fulgente decorus arcu
Phoebus acceptusque novem Camenis,
qui salutari levat arte fessos
corporis artus,
si Palatinas videt aequos aras,
remque Romanam Latiumque felix
alterum in lustrum meliusque semper
prorogat aevum,
quaeque Aventinum tenet Algidumque,
quindecim Diana preces virorum
curat et votis puerorum amicas
adplicat auris.
Haec Iovem sentire deosque cunctos
spem bonam certamque domum reporto,
doctus et Phoebi chorus et Dianae
dicere laudes.

Partiamo da una necessaria traduzione del testo, in modo che il messaggio sia più chiaro: riporto di seguito la bellissima traduzione poetica di Mario Rapisardi (1883), trovata su wikipedia.

Febo e Diana che su’ boschi hai possa,
Chiaro ornamento al ciel, sempre onorandi
Ed onorati, i preghi nostri udite
Nel tempo sacro,

In cui dal sibillin verso è prescritto,              5
Che agli Dei, cui son cari i sette colli,
Vergini elette e giovinetti casti
Dicano un canto.

Fecondo Sole, che su l’aureo cocchio
Apri e nascondi il giorno, e vario, uguale      10
Sorgi, deh, nulla mai veder tu possa
Maggior di Roma!

Benignamente, o Ilitía, dischiudi
Maturi i parti, e in guardia abbi le madri,
Sia che Lucina o Genital ti piaccia              15
Esser nomata.

Cresci le proli, o Dea, spira i decreti
Dei Padri intorno alle femminee nozze
Ed a la legge marital, di nova
Stirpe ferace:                                              20

Sì che dieci fíate in ciel rivolto
L’undecim’anno, adduca i canti e i giochi
Tre volte a chiaro giorno e tante a grata
Notte solenni.

E voi che vero ognor cantaste, o Parche,    25
Ciò che detto una volta un termin serba
Fisso alle cose, a’ già trascorsi unite
Fati benigni.

Di sementi e di pecore feconda
Serti di spiche a Cere offra Tellure;               30
Salutari acque e temperati cieli
Nutrano i parti.

Deposto il dardo, placido e clemente
Odi i preganti giovinetti, Apollo;
Le donzelle odi, regina bicorne                      35
Degli astri, o Luna.

Se vostra opera è Roma, e il lido etrusco
Afferraron per voi le iliache squadre,
Che mutar lari e sede ebber comando
Con fausto corso,                                            40

E a cui di Troja in tra le fiamme illeso,
Superstite alla patria, il casto Enea
Libero aperse il varco, e dar maggiore
Regno doveva,

Donate, o Dei, probi costumi a’ pronti              45
Giovani, a’ vecchi placidi quiete,
Dovizia e prole alla romulea gente
E gloria intera.

Abbia da voi, cui bianchi tori immola
Di Venere e di Anchise il chiaro sangue,           50
Che altero in guerra col nemico e’ sia.
Mite col vinto.

Già l’armi nostre in terra e in mar possenti
E le bipenni albane il Medo teme;
Chiedon responsi già gli Sciti e gl’Indi                55
Or or superbi.

Già Fede, Pace, Onor, Pudore antico,
Virtù negletta attentansi al ritorno;
Già l’Abbondanza splendida col pieno

corno s’affaccia.                                                  60

Oh, se alle rocche palatine amico
Febo augurante guardi, egli che, bello
Di fulgid’arco ed alle nove accetto
Camene, i corpi

Egri con salutare arte solleva;                              65
Se d’Algido alle sedi e d’Aventino
Dei Quindici le preci oda Diana,
E con benigno

Orecchio accolga de’ fanciulli i voti,
Durerà Roma e il Lazio e d’uno ad altro               70
Lustro felice stenderà l’impero
Eternamente!

Che Giove ed ogni dio questo ne assenta,
Viva speranza e certa a casa io reco,
Io coro esperto ad esaltar nel canto                    75
Febo e Diana.

Per l’introduzione generale alla poesia rimandiamo al post precedente (Pubblicato qui: https://scuolaeculturaoggi.myblog.it/2020/04/24/carmen-saeculare-orazio_analisi-del-testo_1/ ). 

Passiamo ora all’analisi delle strofe 7/13, che qui chiameremo “seconda sezione”.

Essa  comincia con un’invocazione alle Parche. Nella mitologia romana, esse erano il corrispettivo delle Moire greche, assimilabili anche alle Norne norrene. In origine si trattava di una divinità singola, Parca, dea tutelatrice della nascita. Successivamente le furono aggiunte Nona e Decima, che presiedevano agli ultimi mesi di gravidanza; infine fu cambiato il nome della Parca in MortaFiglie di Giove e Temi (la Giustizia), esse stabilivano il destino degli uomini. In arte e in poesia erano raffigurate come vecchie tessitrici scorbutiche o come oscure fanciulle. In un secondo momento furono assimilate alle Moire (Clòto, Làchesi e Àtropo) e divennero le divinità che presiedono al destino dell’uomo. La prima filava il filo della vita; la seconda dispensava i destini, assegnandone uno a ogni individuo stabilendone anche la durata; la terza, l’inesorabile, tagliava il filo della vita al momento stabilito. Le loro decisioni erano immutabili: neppure gli dei potevano cambiarle. Venivano chiamate anche Fatae, ovvero coloro che presiedono al Fato (dal latino Fatum ovvero “destino”)Nel Fòro, in loro onore, erano state realizzate tre statue, chiamate tria Fata (“i tre destini”). E si trattava davvero di divinità importanti, se il loro ricordo trova posto anche in quel capolavoro che sono i Sepolcri di Ugo Foscolo: «[…] E un incalzar di cavalli accorrenti / Scalpitanti su gli elmi a’ moribondi, / E pianto, ed inni, e delle Parche il canto» (vv. 210 – 212).

Ma torniamo ad Orazio, che chiede loro di “unire fati benigni”. E poi una simile richiesta il poeta rivolge a Tellus, la Terra personificata, che deve fornire cibo adatto e adeguato ai nascenti. E poi si passa all’immancabile Apollo e alla Luna, che potremmi interpretare come Diana (che i Romani denominavano “trivia” proprio perché “triforme” (Diana nel boschi, Luna nel cielo, Proserpina o Ecate negli Inferi). 

A loro (e agli dèi tutti) Orazio chiede di donare costumi probi ai giovani coraggiosi, riposo ai vecchi placidi, ricchezza, larga discendenza  e gloria alla gens romana, visto che Roma è opera degli dèi, visto che si stratta della diretta discendente e “continuazione” della gloria troiana, degli eroi sfuggiti ad Ilio in fiamme insieme al pio Enea e voltisi verso quel lido in cui erano predestinati a cosrtuire un regno anacora più grande di quello che si lasciavano alle spalle.  Ma soprattutto chiede loro qualcosa di più alto di un “semplice”regno, qualcosa che secondo Orazio può caratterizzare solo “il chiaro sangue di Venere e di Anchise”: il coraggio in guerra e la clemenza (l’aggettivo LENIS ci riporta al sostantivo LENITAS) verso il nemico vinto.  Sta parlando, in sostanza, della CLEMENTIA (quella qualità che gli storici attribuivano a Giulio Cesare) e della PIETAS (quella qualità speciale e unica che caratterizzava il troiano Enea, capostipite- in qualche modo- della gens Romana). 

Non solo gloria, dunque, per la grande Roma, ma ante omnia quell’insieme di qualità che -sole- possono rendere un popolo DEGNO della sua grandezza.

Potremmo immaginare un auspicio migliore?

L’ultima puntata… IN UN PROSSIMO POST!  😉

P.S. Dedico il presente lavoro al mio mentore, che da sempre mi scrive auguri con SMS (una volta) o messaggi in chat (attualmente) rigorosamente in greco o in latino e sempre A TEMA!

A lei devo il “gancio” di quest’anno durante la commemorazione del Natale di Roma…

Grazie, mitica prof.!