MAL COMUNE MEZZO GAUDIO?

 

LA PIRAMIDE ROVESCIATA DELLA DISCIPLINA

 

29 marzo 2012 — pagina 34 sezione: COMMENTI

Caro Augias, le racconto un episodio. Al rientro da un soggiorno-studio all’ estero una docente ha ritenuto “incivili” alcuni atteggiamenti dei ragazzi, e seguendo il suo dovere di formatrice oltre che d’ insegnante, l’ ha segnalato ai genitori inviando loro una nota disciplinare. Il padre-avvocato di uno dei ragazzi si è infastidito a tal punto da attaccare l’ insegnante con offese scritte ed orali. Ha ritenuto esagerata la nota disciplinare sostenendo che “mancare di rispetto ai prof, non salutare, non ascoltare, essere strafottenti e maleducati, non fare la coda quando richiesto” (…in Inghilterra, poi…) non siano da considerare “comportamenti incivili”, ma pazzie mentali della sola docente, contro le quali “ricorrerà nelle sedi più opportune”. Genitori di questo tipo li considero profondamente “incivili”, quindi non mi meraviglio che anche i figli seguendo il loro esempio per conseguenza lo siano. Episodi così sono sempre più frequenti, alcuni genitori esercitano il loro “potere” lanciando minacce ed improperi a professori e dirigenti scolastici. Per il quieto vivere e per non avere fastidi in tribunale, molti docenti ormai evitano di scrivere note disciplinari o perfino di riprendere il figlio di qualche ‘ potente’ . Ma perché un docente è costretto a difendersi da queste persone quando ha fatto semplicemente il suo dovere? Lettera firmata. 

 

 

L’ insegnante che ha scritto chiede che la lettera non sia firmata dato che il suo dirigente scolastico (sarebbe il preside, credo) potrebbe risentirsi con lei. Particolare curioso, la lettera viene da Udine.

Pochi giorni fa Marco Lodoli, intervenendo su questo giornale, metteva in guardia dagli eccessi di difesa di cui danno prova genitori iperprotettivi pronti a mobilitarsi anche quando i loro rampolli andrebbero invece redarguiti o addirittura puniti. Mi si lasci dire la patetica frase: come accadeva un tempo.

Più volte, anche di recente, le cronache si sono dovute occupare di casi letteralmente grotteschi in cui genitori inferociti hanno interrotto una partitella tra adolescenti perché l’ arbitro aveva fischiato una punizione al proprio figlioletto. Questi atteggiamenti sono sintomo di una doppia gravissima carenza. Rivelano da una parte l’ arroganza di un genitore evidentemente maleducato che ha dunque trasmesso (inculcato?) al suo rampollo per forza di esempio la propria rudimentale civilizzazione. C’ è però un altro aspetto forse ancora più grave. Sentirsi protetti e giustificati dai genitori anche di fronte a comportamenti ‘ incivili’ , impedisce ai ragazzi (qui si parla di un giovanotto di 17 anni), di imparare ad assumersi le proprie responsabilità, in definitiva di apprendere l’ arte più difficile che è, come diceva quel sant’ uomo di Bertolt Brecht, l’ arte della vita.

 

Cosa aggiungere? Nulla. Mi correva l’obbligo di condividere, senza alcun commento!

Latineloqui69

 

Sulla QUESTIONE MORALE nella scuola

Esiste nella scuola la questione morale?

SALVO Intravaia su Repubblica (15 marzo) offre un panorama di strafalcioni incredibili, tratto dalle prove di italiano agli esami di maturità, sottoposti al vaglio dell’Invalsi, l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione, che da qualche anno fornisce i suoi risultati a una opinione pubblica che ne trae impressioni di amaro stupore oppure, per molti altri, di naturale recepimento, trovando in quel linguaggio ignorante e claudicante, ai limiti del paradosso, il riflesso di un generalizzato modo di esprimersi. Ma da dove vengono queste sgrammaticature lessicali, ortografiche, semantiche, da dove nasce “questo smarrimento linguistico” (Marco Lodoli) di chi sembra esprimersi fuori da ogni logica e sintassi? La casistica riportata dai giornali è diventata oggetto di superficiale dileggio e non di riflessione (“Leopardi è un poeta del primo Settecento”, “Lanciarsi da un aerio” , “Se gli Ufo non esistessero i nostri studi su essi sarebbero vaghi (non vani, ndr )”; “A livello puramente celebrale”. E così via (uno su tre sbaglia i verbi, il 78% commette errori di interpunzione, ecc.).

Tutto questo dovrebbe essere motivo di analisi ma il massimo di risposte risiede nell’imputare al prevalere di massa della “lingua del computer”, semplificata, ridotta, sincopata la causa di fondo di una devastazione naturalmente accettata e subìta. Perché – ci chiediamo – non vengono attivati strumenti di contrasto che si sovrappongano al prevalere del fraseggio diserbante dei nuovi mezzi di comunicazione semplificata? Le risposte sono molteplici ma alla radice vi è il venir meno dello studio come “dovere”, come “obbligo” che impone fatica, con “risultati” che vengono premiati o sanzionati. Mi soccorre nella ricerca di una risposta un recente saggio, ricco di sollecitazioni: Ragazzi, si copia. A lezione di imbroglio nelle scuole italiane di Marcello Dei, (il Mulino, 2011). Pur essendo, almeno così mi appare, di origini culturali sessantottine, Dei sembra individuare tra le cause del decadimento un orientamento condiviso ormai da gran parte del corpo docente che si ispira ai “principi dell’educazione antiautoritaria, attiva, integrativa, basata su stimoli motivazionali di apprendimento, fedele alla consegna di sostituire la punizione con la comprensione. (…) Ciò che va tenuto presenteè che l’indebolimento della relazione insegnamento-apprendimento ha fatto sì che il canone pedagogico della comprensione degradasse in forma di benevolenza a buon mercato”. La libertà di copiare ne è stata uno dei prezzi. La demolizione dell’ordine gerarchico della sintassi ha lesionato profondamente il rapporto tra lingua e pensiero. Per questo può essere utilissima la lettura di queste 240 pagine dedicate al fenomeno del copiare a scuola. Nella prefazione Ilvo Diamanti cita una sferzante definizione di Beniamino Andreatta: “Nessuno ha mai voluto aggredire la vera struttura corruttiva della società italiana, la classe scolastica.

Questi ragazzini che vengono addestrati, nei comportamenti quotidiani, a sviluppare una mentalità mafiosa, fatta di complicità contro le istituzioni (…) una solidarietà omertosa, in cui l’obiettivo comune è dato dall’ingannare chi è in cattedra (…) e dove gli individui, anziché perseguire il loro scopo, cioè primeggiare per merito, si coalizzano per lucrare il massimo risultato con il minimo sforzo (…) tradendo ogni principio etico individuale, la trasparenza dei comportamenti”. “La pratica dell’imbroglio scolastico – aggiunge Dei- percorre trasversalmente gli strati sociali. (…) Per affrontare il problema, la politica e le istituzioni dovrebbero innanzi tutto definire chiaramente la situazione riconoscendo in modo esplicito che nella scuola esiste una ‘questione morale’.

(…) Occorre punire i comportamenti disonesti in nome della coscienza comune”.

MARIO PIRANI